«Sono una di quelle. Donne in fiamme, fragili e piene di tenerezza, riparate dietro allo scatto di nervi, al distacco elegante, al sarcasmo. Disperata e felice, sola e celebrata, furibonda e delicata, egoista ma pronta ad arrivare in piena notte a casa di un amico, se ha bisogno».
Ornella Vanoni si descrive così nel suo autoritratto in “Vincente o perdente”, il bel libro scritto con Pacifico per La Nave di Teseo.
E sembra quasi di sentirla mentre lo sussurra cantando con la voce unica e suadente, senza chiedere il permesso, interrompendo un flusso di pensieri tanto rumoroso quanto inutile, quando parliamo di riconoscere un’urgenza sincera.
Ci ho pensato un bel po’ prima di decidermi a scrivere qualcosa su Ornella Vanoni.
Perché non amo particolarmente i cosiddetti “coccodrilli” e perché, caspita, un po’ come lei, sono spesso vittima di un distacco elegante (“ne parleranno tutti adesso, lascia stare”) e allo stesso tempo fragile e piena di tenerezza (“ e vabbè, ma se non dico niente mi scoppia il cuore”).
Infine, perché scrivere in prima persona intimidisce molti autori, quando devono parlare di qualcuno o qualcosa di “grande”.
Io però oggi non sono un autore, ma una ragazzina di quattordici anni, pronta per passare una notte sulla spiaggia fra chitarre e falò.
Dove ci saranno Fabio, Federico, Arnaldo, Francesco, con le loro chitarre. E tanti altri amici e amiche, pelli umide e sguardi bassi, soprattutto quando si canta quella strofa lì.
Ci saranno anche tante birre, qualche cuore spezzato che cerca di rimettersi in piedi, molte risate, baci sospesi, errori che fra molto, pochissimo tempo, ci faranno sorridere.
Mina va per la maggiore quando si parla di brani “al femminile” che chiedo loro di suonare per me, che amo tanto cantare a squarciagola sotto tappeti di stelle estive.
E mi piace certo. Magnifica, maestosa, perfetta. Artista quadrata e di una precisione micidiale, che da tanti anni ha scelto di esserci senza mostrarsi, per mantenere la sua immagine in linea con la sua arte, circumnavigando il tempo.
Tutto il contrario di Ornella, insomma, che mi urge cantare stasera davanti al fuoco. Con quel Brasile tutto italiano del suo ritmo unico, caldo, sensuale e femminile come pochi, che stanotte ha lo stesso ritmo di questo Adriatico bollente di luna, che invita a saltarci dentro senza pensarci tanto, appunto.
Ornella è stata “femmina” nel senso che preferisco, fino all’ultimo giorno. La voglia, la pazzia.
Non ha mai smesso di sentirsi in diritto di essere donna, a venti come a novant’anni, nella forma e soprattutto nella sostanza, fregandose di clichè ed etichette, sbeffeggiando “l’educazione” per quelle cose che una “signorina” prima e una “signora” dopo, non dice e non fa perché poi cosa dirà la gente.
Ornella è rotonda, leggera, imprevedibile.
Rotola leggiadra, esagera, inciampa e cade con quella grazia di cui sono capaci gli ubriachi distinti, quelli che mentre capitombolano riescono a non rompere il bicchiere di champagne che tengono in mano. E ti fa ridere e ti fa volare.
I suoi amori sono stati appassionati, incasinati, ribelli, a quanto pare parecchio dolorosi.
In una delle sue poetiche ed esilaranti interviste durante la trasmissione “Che tempo che fa”, dove era di casa negli ultimi anni, ha detto che ha preferito sempre usare una sorta di setaccio per conservare solo il meglio e non smettere così di mantenere il più in salvo possibile tutto il buono e il bello delle sue passioni, per quanto disastrose poi si siano spesso rivelate.
«Ho tatuata nel petto la S di Solitudine. Mi sono sempre sentita sola. Da quando ricordo, da quando ero piccola. Una sensazione di non completezza, la certezza di avere un lato scoperto e che nessuno può veramente proteggerti».
Ornella era una fan sfegatata degli abbracci. Negli ultimi anni ha duettato con giovani artisti visibilmente incantati dalla sua arte e dalla sua personalità, con i quali il contatto fisico era necessario forse ancor più di quello vocale.
Vederla dare e darsi così, durante le sue esibizioni, malferma sulle gambe ma sempre splendida nel canto, è stato un regalo magnifico.
Ascoltarla parlare a ruota libera, senza filtri né inutili pudori, una lezione di passione e allegria.
Ha affrontato periodi di profonda depressione e non ha mai nascosto le sue fragilità, eppure, quando si pensa a lei, si sorride, automaticamente quasi.
Forse il suo segreto è stato ed è tutto lì: lei il tempo non lo ha voluto circumnavigare, lo ha travolto, fagocitato e reso uno strumento di felice confusione per sopravvivere alla tristezza, agli affanni, anche a se stessa, quando il bicchiere di champagne era magari intatto per l’abilità di tenerlo in mano, ma vuoto, per tutto quello che sappiamo la vita può dare e togliere spesso senza avvisare.
“Su una spiaggia si aggirano i ragazzini, le ragazzine che siamo stati. Le emozioni che abbiamo provato ci aspetteranno per sempre lì».
La vedo, si sta scaldando la voce per sussurrarci all’orecchio di alzare cuori e canti in questa notte di stelle che sembra che te le puoi mangiare.
Federico attacca “Senza fine”. Ha quindici anni, quasi cinquanta.
I lapilli del falò ci fanno bruciare un po' gli occhi, provvidenziali alleati per tenerli socchiusi e lasciarci andare alla musica. Così, anche quando sarà finita, domani sarà già un altro giorno.
E si vedrà.

