E alla fine, quando si parla di gatti, ci si accorge che non siamo mai davvero noi a parlare di loro: sono loro che, con elegante noncuranza, parlano attraverso di noi. Del resto, come ha capito Eckhart Tolle, “ho vissuto con diversi maestri Zen – erano tutti dei gatti”, e già questo dovrebbe metterci in una posizione di umile ascolto.
Il gatto non si limita a vivere: è. Claudio Magris lo dice senza giri di parole: “Il gatto non fa nulla, semplicemente è, come un re.” E infatti non si possiede mai un gatto; “semmai si è ammessi alla sua vita, il che è senz’altro un privilegio” (Beryl Reid). Ellen Perry Berkeley rincara: come ogni proprietario di gatti sa, nessuno può possedere un gatto. Al massimo, si può essere tollerati.
C’è chi dal gatto ha imparato persino a conoscersi. Giorgio Celli lo definiva un “animale socratico”, capace di insegnare chi siamo e qual è il nostro posto nel mondo, e lo stesso Celli confessava che guardare un gatto è come guardare il fuoco: si rimane sempre incantati. Forse perché, come suggerisce Doris Lessing, se il pesce è l’essenza dell’acqua, il gatto è il diagramma della leggerezza dell’aria.
Eppure questa leggerezza convive con il mistero. Mary S. Emilson si chiedeva quale ricetta segreta permetta ai gatti di dosare dolcezza e crudeltà, timidezza e aggressività, docilità e spirito selvaggio. Jules Verne, più poeticamente, era convinto che i gatti siano spiriti venuti sulla terra, capaci perfino di camminare su una nuvola. Non stupisce allora il proverbio indù che li vede leccare raggi di luna nella scodella dell’acqua, convinti che siano latte.
Il gatto osserva tutto con lo stesso sguardo: una farfalla o un efferato assassino (Paula Poundstone). Esamina, come scrive Ernest Thompson, il lungo filo colorato e invisibile di cui è fatto il vento, mentre per F.A. Paradis de Monarif ogni cosa in movimento esiste solo per divertirlo, perché il gatto non può concepire che l’universo abbia altro scopo.
Fisicamente è un capolavoro. Colette lo descrive come l’animale dotato dell’occhio più acuto, della pelliccia più soffice, dell’artiglio ricurvo preso in prestito dal ramo della rosa. Non a caso Alessandro Morandotti conclude che chi è riuscito a creare un capolavoro come il gatto ha acquisito il diritto di sbagliare tutto il resto. E Antonio Casanova lo vede come un lembo di notte arrotolato sullo spigolo di un tetto.
Ma attenzione: il gatto giudica. Non farebbe mai amicizia con qualcuno che non è ben disposto verso di lui (Amos Oz) e, se tradite la sua fiducia un paio di volte, uscirete presto dalla sua vita (Jeffrey Moussaieff Masson). Non è arroganza: è autocompiacimento. Come spiega Masson, il gatto è felice di essere se stesso, e forse è per questo che Freud trovava nei gatti – insieme alle donne e ai grandi criminali – un ideale inaccessibile e una straordinaria capacità di amarsi.
Quando un gatto è soddisfatto, lo si sente: la soddisfazione la emana e la trasmette, contagia chiunque gli stia vicino. E raramente, aggiunge Masson, un animale riesce a essere fedele a se stesso quanto un gatto. È un libero professionista, direbbe Sy Fisher, e pretende di essere amato senza condizioni: “Eccomi, dice il gatto, amami come sono oppure non amarmi affatto.”
Forse sono qui per insegnarci a vivere l’attimo, così completamente da farlo durare in eterno. O semplicemente per ricordarci che non tutto in natura ha uno scopo (Garrison Keillor). Fernand Méry sospettava che Dio li avesse creati per dare all’uomo il piacere di accarezzare la tigre, anche se Antoine Rivarol puntualizza che i gatti non ci accarezzano: accarezzano se stessi su di noi.
E possono distruggere un vaso Ming e poi fare le fusa, certi che verrà perdonato tutto (Lenny Rubenstein). Sì, tiranneggiano, manipolano, condizionano, ma – come nota Julia Bachstein – in cambio offrono impagabili lezioni di saggezza.
Gli scrittori li adorano, e il sentimento è reciproco (Robertson Davies), anche se Barbara Holland avverte: scrivere con un gatto è un’impresa eroica, visto che si accuccia sugli appunti, mordicchia le penne e cammina sui tasti. Ennio Flaiano, con invidia, osservava: il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura.
Se potessero parlare, probabilmente non lo farebbero (Nan Porter). Mark Twain era certo che il gatto possieda il raro dono di non dire mai una parola di troppo. Baudelaire li vedeva come sfingi eterne, sagge e calme, mentre Michel Audiard notava che, quando lo svegli, ti ringrazia solo per potersi riaddormentare.
Accarezzarli è un piacere supremo: Maupassant non trovava nulla di più delicato e raffinato del pelo tiepido e vibrante di un gatto. E, come avverte E. Hamilton, chi è indifferente alla loro bellezza e intelligenza è povero come chi non vede i fiori né sente il canto degli uccelli.
Alla fine la differenza è chiara: con il cane ti senti Dio, con il gatto capisci che Dio è lui (Christopher Hitchens). Pigro e sfuggente, elettrico e carezzevole, resta – come dice Desmond Morris – una fonte inesauribile di enigmi, delizie e tormenti. Quando sceglie di essere gentile è un evento raro (Mike Deupree), eppure dimostra una pazienza infinita verso i limiti dello spirito umano (Cleveland Amory). Sempre con quella suprema indifferenza e quella signorilità con cui, come scrive Stephen Baker, si trasferisce dai salotti alle grondaie.
E forse è proprio qui che si comprende fino in fondo il legame antico e silenzioso tra donne e gatti. Non un rapporto di possesso, ma di riconoscimento. Freud li accostava per quella capacità, spesso fraintesa, di amare se stessi senza chiedere permesso. Baudelaire li collocava accanto a donne pensose e colte, come complici di una stessa vita interiore intensa. Colette, più di chiunque altro, li ha raccontati come specchio di una femminilità libera, elegante, autonoma: affettuosa ma mai sottomessa.
Donne e gatti si scelgono, si rispettano, si ignorano quando serve. Nessuna obbedienza, nessuna promessa eterna: solo una vicinanza consapevole. Un patto silenzioso tra esseri liberi.
E il gatto, alla fine, sembra sempre dire la stessa cosa — con lo sguardo, con le fusa, con l’assenza:
ti starò accanto, ma non sarò mai tuo.

